Fortapàsc
Suburbana,giovedì 3 giugno 2010 - ore 21
Gli ultimi quattro mesi della vita di Giancarlo Siani ucciso dalla camorra il 23 settembre 1985. Aveva 26 anni e il difetto di informarsi, non voleva essere un eroe, né un Don Chisciotte. Voleva solo raccontare ciò che vedeva...
Risi, che del cinema civile moderno è stato buon profeta - da Mery per sempre a Il muro di gomma passando per Soldati, 365 giorni all'alba - qui si rinnova e trova una maturazione visiva e narrativa che unisce linguaggi passati a soluzioni moderne. (...) Si aggrappa a scene che sanno avere il gusto di un grottesco malinconico e feroce, come la radiocronaca e l'urlo del gol di Maradona che accompagna la morte di un ragazzo con la maglia del campione, vittima di un regolamento di conti, o la scena della comunione del figlio del boss.
Risi sa sempre fare un passo indietro quando sente la storia (con la s minuscola e maiuscola) pressarlo con la sua urgenza, la sua rabbia, la sua voglia di andare contro il sistema (anche con la s maiuscola, così chiamano la camorra gli affiliati). E Siani si impossessa del corpo di un Libero De Rienzo mai così bravo, che dimostra tutte le sue doti di attore (...) e riesce a restituire la vita di un ragazzo normale in una situazione eccezionale. Di un precario - o redattore abusivo, come amava definirsi lui - che era disposto a spezzarsi la schiena e a macinare chilometri per diventare giornalista, fare il praticantato a Il mattino, per cui aveva fatto il corrispondente per cinque anni. (...) Il 23 settembre 1985, sulla sua Mehari (che il fratello Paolo ha messo a disposizione per il film) verrà ucciso al Vomero per ordine dei boss Gionta, Bardellino e Nuvoletta. Era "solo" stato preciso, onesto, implacabile nelle indagini sul Terremoto del 1980, sui legami tra politica e criminalità organizzata, sui prestanome di appalti truccati, e su chissà cos'altro ancora. (...) Un film commovente e divertente, ironico e profondo. (Boris Sollazzo, Liberazione)
Marco Risi si conferma uno dei registi più incisivi del nostro cinema. (...) Ciò che colpisce di Fortapàsc è la determinazione con cui è girato, la capacità che ha la regia di dividersi tra il diario di viaggio di un giovane uomo, e il lungometraggio di impegno civile. Non mancano le sequenze spettacolari, come ad esempio il regolamento di conti tra due delle bande di Torre Annunziata, ma a differenza di Gomorra, ad esempio, dove la violenza si faceva spettacolo, in Fortapàsc rimangono impresse soprattutto le scene in cui la mafia ci viene mostrata attraverso lanimo inquieto ma determinato del ragazzo. Lo schiaffo in un bar desolato, la solitudine di un salotto in cui si ode una voce sospesa, le telefonate mute. La vera inquietudine non sono le pistole e i fucili, sembra suggerirci Risi, ma la sensazione costante che, più ci si avvicina alla verità, più prende forma un fantasma impalpabile. Fortapàsc era il modo che aveva Giancarlo Siani di definire Torre Annunziata. Un forte arroccato e assediato dalla malavita organizzata, dalla delinquenza e dalla corruzione. Il massacro cè stato e per portare alla luce i colpevoli ci sono voluti 12 anni e diversi pentiti. Una volta di più, vale la pena dire basta. (Diego Altobelli, www.tempimoderni.com)
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