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DIARIO DI VIAGGIO (dal Campo arci in Palestina) |
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giovedì 29 luglio 2010 |
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PARTE PRIMA:
1 giorno: “Da Tel-Aviv a Gerusalemme”
L’aeroporto è deserto, oggi per gli ebrei è festa(“shabbat“).
Il paesaggio aspro e roccioso è intervallato solamente da filo spinato, check point e i cartelli stradali scritti in ebraico, inglese ed arabo.
Nelle strade di Gerusalemme colpiscono immediatamente gli ebrei ortodossi per il loro modo di vestire.
Attraversata “Damascus Gate” per arrivare all’ostello attraversando i vicoli stretti dell’affollato mercato locale, dove tra tutti gli odori quello delle spezie accompagna il nostro percorso.
È una serata piacevole quella che accompagna il nostro primo giorno in terra palestinese.
2 giorno: “Visita a Gerusaleme”
Il muro del pianto non è affollato nelle prime ore della mattina. Lo è
anche la piazza antistante, dove prima dell’occupazione del ‘67 sorgeva
un intero quartiere. Tra turisti e viaggiatori ebrei ortodossi immersi
nella preghiera scandita da movimenti ritmici della testa e del corpo.
Oggi il primo incontro con un associazione palestinese che opera sul
Territorio: L’AFC che si occupa di minori palestinesi. “Welcome to
Palestine” ripete sarcasticamente Yassin, responsabile del centro
ricreativo a Gerusalemme Est. La situazione che ci presenta è quella di
giovani palestinesi senza futuro a causa soprattutto della politica
discriminatoria israeliana nel campo dell’educazione e della tutela dei
minori.
L’incontro con la dura realtà in cui sono costretti a vivere i
palestinesi è il pensiero che accompagna il gruppo a Beit Sahour, sede
del campo OPGAI 2010.
3 giorno: “Risveglio a Beit Sahour”
Oggi è il primo dei 4 giorni qua al campo. Domani non sarà così vuoto,
insieme a noi 400 ragazzi provenienti da tutti i Territori palestinesi
animeranno questa esperienza.
È Betlemme la meta di questa giornata.
Il muro che separa gli abitanti è abominevole, i suoi 8 metri di altezza
danno a chi lo guarda un senso di chiusura e schiacciamento, dividendo
famiglie che prima potevano incontrarsi quotidianamente.
Muro che divide tra di loro i villaggi dei palestinesi in cui si
incontrano realtà come quella dell’AIDA CAMP, un campo profughi dove la
povertà e il disagio sono pesanti da sopportare.
Nel pomeriggio i luoghi sacri della città di Betlemme sembrano lontani centinaia di chilometri sebbene la città sia la stessa.
Il gruppo è emotivamente scosso dalle realtà che sta conoscendo, ma si deve andare avanti, domani si va ad Hebron.
4 giorno “Hebron, il manifesto della sofferenza palestinese”
Nel percorso verso Hebron sono molti gli interrogativi all’interno del gruppo su quale situazione si presenterà ai nostri occhi.
Incontrando “Deference for Children” è ancora più nitida la situazione
dei giovani e dei bambini palestinesi. Arresti e abusi sono la risposta
israeliana nei confronti dei più giovani senza tutele giuridiche nei
processi che li vedono coinvolti, spesso dopo esser stati arrestati nel
cuore della notte.
La città di Hebron è tagliata a metà da un muro che costringe la
popolazione ad essere separata per chilometri tra la parte est e quella
ovest della città.
Una città caotica e trafficata nelle vie centrali, ma mano a mano
deserta quando ci si avvicina ai vicoli dove ora convivono forzatamente i
coloni israeliani e i palestinesi. Le attività commerciali stanno
scomparendo progressivamente in questi anni a causa della scarsa
mobilità all’interno della città, spiega la guida.
Passando tra i vicoli tra i negozi e le case dei coloni una rete
metallica colma di oggetti lanciati da i coloni stessi nelle vie
sottostanti.
Ci rincorrono continuamente venditori ambulanti, siamo i pochi turisti che incontrano in una zona così disastrata.
Veniamo respinti al check point prima della visita alla sinagoga di
Abramo, siamo ritenuti pericolosi dai soldati con l’accusa di portare
con noi materiale che promuove le associazioni palestinesi.
La situazioni che stiamo vivendo e incontrando ci appaiono sempre più
complesse, tante sono le domande a cui facciamo fatica a rispondere, e
rituffarsi nella
quotidianità del campo qui a Beit Sahour non aiuta comunque a
rinfrancarci.
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