Assistiamo sempre più spesso a bambini di 9/10 anni che vengono visionati da società professionistiche e chiamati per andare a  giocare con loro.

Questo atteggiamento è un modus operandi abbastanza recente. Fino qualche anno fa infatti i trasferimenti da una squadra all’altra avvenivano dai “giovanissimi” in poi (al compimento dei 14 anni quindi).

Oggi invece si ha sempre più la tendenza di anticipare  questa età con la credenza che prima ci lavoro e meglio è.

I dati sono abbastanza inequivocabili: meno dell’1% (circa lo 0,5%-0,8%) dei bambini che iniziano il percorso nel settore giovanile di un club professionistico a 9-10 anni riesce a raggiungere la squadra Primavera della stessa società.

Ma il discorso su cui vogliamo battere non è tanto di prospettiva ma di etica sportiva. Bambini che a 10 anni per giocare (il termine giocare non è casuale) a calcio devono prendere la macchina e fare  km per 1 ora e mezzo di allenamento, togliendo quindi tempo allo studio o ad altre attività, entrando in ambienti in cui la competizione è alta e le aspettative spesso anche dei genitori tolgono  quel gusto e quella spensieratezza  che ci deve essere a quell’età. E aumentano gli abbandoni precoci dei ragazzi allo sport.

Test match, gruppi omogenei, esercitazioni di livello, queste sono le frasi che sentiamo dire da coloro che scelgono di fare queste esperienze.

Noi di giovaninrete.net pensiamo che le esperienze siano altre e che a quell’età bisogna lasciare i ragazzi liberi di giocare e divertirsi sotto casa: sport a km.0.

 

 

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